ESERCIZIO vs PAURA

Come spiegato nel precedente articolo “La paura amica o nemica del pattinatore” , la paura è la reazione naturale di ogni essere umano di fronte a una minaccia vera o percepita.

Una volta compreso che, se vogliamo ottenere risultati stabili e duraturi, dobbiamo affrontare le nostre paure e non eluderle ……

Guardate questo video ….

                                            https://www.youtube.com/watch?v=YZFyPc0rO9k

Impariamo a riconoscere la paura!

Vediamo quali possono essere le reazioni fisiologiche, mentali ed emotive che la paura può provocare :

  • Tachicardia.

  • Difficoltà di respirazione.

  • Capogiri.

  • Sudorazione eccessiva.

  • Blocco dello stomaco

  • Ansia e attacchi di panico intensi.

  • Senso di distacco dalla realtà.

  • Sensazione di impotenza dinnanzi alla paura anche se sei consapevole che è irrazionale.

La paura nel pattinatore tende a mostrarsi in modo subdolo e spesso è difficile da identificare sia dall’atleta che dal suo allenatore, in quanto a differenza che in altre discipline qui può comparire in modo:

  • Molto intenso, tale da infondere nel pattinatore il diniego di voler pensare alla realizzazione all’elemento che ci si accinge a realizzare (paura di avere paura).

Non ci si rende conto della situazione e i movimenti del corpo vengono inibiti a causa di pseudo spasmi muscolari in fase di preparazione ed esecuzione, che impediscono qualsivoglia movimento coordinato, questo anche all’insaputa dell’atleta stesso il quale non si accorge del suo stato.

Non c’è praticamente approccio cosciente all’elemento e si instaura un feedback tra incomprensione e impossibilità di realizzazione.

  • Intenso, da creare nel pattinatore un senso di distacco dalla realtà, mettendo, nel pattinatore che si sta cimentando in un elemento , una sorta di sconnessione tra quanto si sta realizzando e le modifiche da eseguire per ottenere il risultato ( il classico foglio bianco).

Il pattinatore rimane confuso, si sente perso e non capisce cosa gli venga chiesto, anche se in realtà le indicazioni sono semplici ed univoche.

  • Mediamente intenso, ma non al punto da portare l’atleta a non provare l’elemento, anche se con molti dei sintomi classici della paura già esposti.

Il pattinatore esegue i movimenti necessari alla realizzazione ma prova sudorazione eccessiva, blocco dello stomaco, ecc ecc.

  • Deboletanto da permettere all’atleta l’esecuzione dell’elemento ed eventuali correzione, eventualmente indicate dal corpo insegnanti.

A complicare il quadro (come se non bastasse) c’è la possibilità di passare da uno stato all’altro tra molto intenso , intenso, mediamente intenso , debole in termine di una sola sessione di allenamento.

Tutto questo con la variabile che la paura non si manifesta tutti i giorni in egual misura e va a confondere sia l’atleta che chi lo aiuta.

Paura /mancanza di coordinazione per mancata conoscieza dell’atto motorio

Ma veniamo ora a come riconoscere da parte dell’allenatore la paura vs lo sconosciuto atto motorio

Molto spesso l’allenatore non riesce a capire (specialmente se l’atleta è giovane) se la sua inconcludenza è causata dalla paura o dal fatto che non ha ancora collegato le sinapsi atte alla conclusione dell’atto motorio.

E purtroppo nemmeno l’atleta stesso a volte riesce identificare quale sia il problema.

(Anche perché l’atleta a volte, emulando un atto motorio altrui, fa credere all’allenatore di avere “compreso” lo stesso, che viene quindi dato per “appreso” quando in realtà non lo è affatto).

Ricordiamolo:

non è detto, che tutto quello che viene eseguito è stato compreso a fondo e potrebbe essere solo “un’emulazione passiva” e non una “integrazione somatica” (processo maturativo che armonizza l’azione intenzionale).

La discriminante è che nel primo caso c’è, come abbiamo visto sgomento distacco dalla realtà e non voler eseguire l’atto motorio con la dovuta attenzione nel secondo invece sono assenti i sintomi della paura e sono altresi’ evidenti quelli dell’incapacità dell’atto motorio, mancanza di coordinazione , propagazione dello stimolo ecc ecc.

La paura, inoltre essendo una variabile dell’ atleta, deve essere affrontata con tempistiche adeguate, i tempi sono mediamente lunghi e possono variare da atleta ad atleta per durare nella loro fase acuta da alcuni mesi fino a diversi anni in funzione del carattere, età, tipo di approccio dell’atleta.

L’allenatore che si accorge che l’atleta nutre paura di un determinato atto motorio ( anche semplice) deve imparare a guardare con gli occhi dell’atleta spingendolo sì a effettuarlo ma senza insistere esageratamente, altrimenti la paura potrebbe diventare inconsciamente paura di avere paura e sconfinare nella fobia/ossessione, situazione che compromette a volte per sempre il normale se pur affannoso processo formativo.

Dobbiamo infatti pensare che ogni uno di noi è un “elemento unico” differente da qualsiasi altro sia sul fattore psicologico che tecnico/motorio.

Come vedremo le ultime scoperte in campo di ricerca, suggeriscono che esistono due tipi di conoscenza psicomotoria che si esprimono in due grandi tronconi tagliati dallo sviluppo (pubertà) e che spesso non sono coincidenti sia a livello motorio sia psicosomatico.

Il che significa che durante tale processo l’atleta passa attraverso diversi stadi di maturazione, caratterizzati da diverse fasi nelle quali può arricchirsi o perdere abilità fisiche/motorie e coordinative.

Un altro articolo proverà a gettar luce su questa problematica assai interessante.

Ma veniamo ora a come il pattinatore dovrebbe combattere la paura a tutti gli stadi.

Facciamo un esempio:

conoscete Mario e Angelo? beh forse no!

Mario e Angelo sono due ragazzi di 10 anni con il cuore d’oro che da grandi sognano di entrare a far parte dell’arma dei pompieri.

Ma entrambi hanno un problema.

Hanno paura di tutto!

I genitori di Mario sono incompetenti e cercano di istruire Mario per farli passare le paure tipiche dell’età giovanile.

I genitori di Angelo si documentano e scoprono che se vogliono che Angelo non abbia paura di salire sulle scale o del fuoco, devono necessariamente istruirlo pian piano a queste attività.

La prima settimana gli faranno salire solo un gradino e gli faranno prendere pratica con questo stato di equilibrio, poi con il tempo aumenteranno i gradini lasciando sempre il tempo ad Angelo di famigliarizzare con la nuova situazione .

E così la prima settimana gli faranno accendere un fiammifero e pian piano comprendere tutti gli aspetti della piccola fiamma per poi col tempo passare all’accensione di un fuoco e alla sua gestione.

Quando entrambi avranno 15 anni, mente Mario non avrà ricevuto un istruzione adeguata, Angelo sarà stato aiutato mediante un allenamento continuo a superare le sue paure tipiche del corpo dei pompieri.

E’ ovvio che un giorno l’arma sceglierà Angelo e non perché lui fosse più dotato all’origine ma perché, pur mantenendo le sue paure (che non spariranno mai completamente), è riuscito a batterle mediante una continua esposizione a questi eventi e la paura residua rimasta farà da bilanciere responsabile di quando una azione possa essere intrapresa oppure no.

Opportunità che forse non avrà colui che non e mai stato timoroso.

Morale:

anche se sembra banale a dirlo, bisogna sforzarsi di mettersi in gioco giorno per giorno senza voler eccedere verso un abbreviamento dei tempi di apprendimento/consolidamento dell’atto psicomotorio.

Anche qui per il pattinatore le cose sono uguali!

L’atleta se vuole riuscire deve provare a realizzare quanto proposto dal suo allenatore magari piano piano per limitare il senso di paura intrinseco con “arrangiamenti successivi” ma in modo continuo e determinato.

Perché provare ed esercitarsi è l’unico modo per poter gettare le basi del possibile successo.

Provate quindi “oggi” altrimenti un giorno vi sveglierete e vi accorgerete che non ci sarà più tempo per fare le cose che avete sempre sognato.

Dott.ssa Gabriella Benini e  Prof.ssa Carla Munari